Il wifi in Italia

Wifi zoneMentre negli altri stati si realizzano hot spots wifi, il Bel Paese arranca per tenere il passo.

Presentata dalla Apple al Macworld Expo di New York City nell’estate 1999, la tecnologia senza fili, che in seguito prenderà il nome di wi-fi (abbreviazione di Wireless Fidelity), viene da subito rallentata dall’italica burocrazia. A causa d’impedimenti legislativi sulle frequenze radio non omologate, infatti, il wi-fi arriva in Italia con oltre 6 mesi di ritardo rispetto a molti altri Paesi.

Superati (con grandi difficoltà da parte della Apple) i problemi legali, la diffusione della nuova tecnologia subisce un ulteriore freno. Il Governo Italiano, unico tra tutti i Governi dell’Europa Occidentale, decide d’introdurre una tassa (50.000 lire per ogni punto e 500.000 per ogni access point!) sul wi-fi, ponendo così un’ulteriore freno allo sviluppo IT.

Non solo, ma in quei tempi era possibile creare un Wlan solo e soltanto all’interno del proprio edificio/giardino/cortile/abitazione. Per creare una rete più estesa da edificio ad edificio (rete che attraversava quindi il suolo pubblico) era necessario chiedere l’autorizzazione ad utilizzare una determinata frequenza, autorizzazione che, nonostante la frequenza fosse libera, veniva negata nella quasi totalita’ dei casi.

Risultato di questa assurda legge? In molti hanno dato vita a reti abusive ed, in alcuni casi, illegali, con la tranquillita’ che, in caso di condanna, avrebbero potuto far ricorso alla UE (dal momento che tale legge, unica nel suo genere in Europa, prevedeva una tassa assolutamente ingiustificata).

Finalmente, nel febbraio 2002 (a 3 anni dal suo lancio!), l’assurdo balzello viene abolito: non certo per merito dei ministri italiani, ma della Apple e della sua costante pressione nei confronti dei competenti uffici romani.

Tra una difficoltà e l’altra si arriva al decreto Gasparri (2003), decreto con cui il Governo Italiano libera le frequenze utilizzate dal wi-fi.

Ma la gioia degli utenti nostrani dura ben poco: la liberalizzazione è puramente teorica, tanto che l’associazione dei provider italiani attacca il decreto.

Le difficoltà relative alle frequenze vengo definitivamente superate dal decreto Landolfi (2005), con cui iniziano (finalmente!) le prime sperimentazioni wi-fi in Italia.

Come sempre siamo in netto ritardo rispetto agli altri Paesi.

Tutto bene quel che finisce bene?

Naturalmente no, perchè il decreto Pisanu (luglio 2005), imponendo l’obbligo d’identificazione dell’utente che si connette ad internet tramite hot spots (Art. 7 comma 4), impedisce di fatto la diffusione delle reti wi-fi.

Questo perche’? Per difendere l’Italia dal terrorismo. Ma il terrorismo minaccia l’intero Occidente! Eppure è soltanto in Italia che e’ obbligatorio identificarsi per accedere ad internet tramite hot spots! Per paura del terrorismo il nostro Governo ha di fatto permesso al terrorismo di vincere. Realtà come la rete di hot spots gratuiti di Fon diventano, infatti, irrealizzabili nel nostro paese. Il tutto a scapito dell’innovazione tecnologica, ovvero a scapito di quel futuro che il terrorismo combatte.

In Italia gli hot spots attualmente installati sono circa 2.600, pochi rispetto ai 70.000 dell’Europa. Alla crescente richiesta di banda larga (turisti in vacanza nella Penisola, studenti Erasmus, immigrati con parenti lontani da contattare via Skype, …), non corrisponde un parallelo aumento degli hot spots wi-fi. Questo perche’, per quanto sopra, allestire e gestire una rete wi-fi in Italia comporta più grattacapi che vantaggi.

Del resto quando le nuove tecnologie diventano materia di discussione di Montecitorio ed i ministri che se ne occupano hanno dai 46 (Landolfi nel 2005) ai 68 (!) anni (Pisanu nel 2005) è difficile restare al passo con il resto del mondo.